Novecento

Negli anni 1883-1892, in Germania, Otto von Bismarck istituisce un regime di leggi sociali a favore dei ceti più bisognosi.

Inizialmente chiamate poor law, letteralmente "leggi per i poveri", varate in Inghilterra nel 1601 e soppresse nel 1834. Dagli anni '20, queste misure raggiungono un'estensione e un'organicità tali da poter parlare di vere e proprie politiche sociali.

Il welfare nel secondo dopoguerra


Colonia Dalmine
Nel secondo dopoguerra, grazie anche al dividendo fiscale generato dalla forte crescita economica, la maggior parte dei paesi capitalisti muove a passi veloci nell'edificazione del Welfare State, che raggiunge la sua massima estensione in Svezia e nei paesi nordici.

In Italia, a partire dal primo governo di centro-sinistra si assiste a una serie di modifiche che configurano un vero e proprio Stato sociale. la punta massima sarà raggiunta alla fine degli anni '70 quando i ritmi di espansione del Welfare State diventeranno incompatibili con un contesto economico profondamente segnato dalla recessione.

Negli anni '80 il Welfare State si consolida, ma i costi per sostenere il sistema non cessano di aumentare, La politica sociale degli Stati moderni, negli auspìci di chi la promuoveva, dovrebbe attenuare le contraddizioni dell'economia capitalistica, conciliando le esigenze di produttività e di efficienza con quelle di sicurezza, protezione e benessere diffuso.

Queste politiche dovrebbero quindi garantire le esigenze di giustizia distributiva, di equità e di solidarietà nei confronti delle fasce più bisognose della popolazione, promuovendo la pace sociale.

Il Welfare State dovrebbe inoltre rappresentare la terza via fra il sistema capitalista e quello socialista, una via né liberista né dirigistica. Ed ecco perché nascono atteggiamenti consociativi che portano il mondo politico, sindacale e del grande capitale a "cooperare in nome del Bene Comune del Paese".

Tra burocrazia e crisi politica

A partire dalla metà degli anni '60 si è progressivamente assistito a un forte aumento nel numero e nella dimensione degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche e clientelari, inefficienti e inadeguati.

I trasferimenti di redditi e di ricchezza fra i differenti settori si sono rivelati inoltre spesso arbitrari e iniqui, pervasi da una logica puramente assistenziale. In Italia la spesa pubblica totale in rapporto al PIL, il Prodotto Interno Lordo, è passata da un valore inferiore al 30% negli anni 1950 al 36,3% nel 1970, raggiungendo il 48,8% nel 1980 fino a una punta del 60% verso la metà degli stessi anni '80. L'allargamento del settore pubblico negli ultimi decenni è stato impressionante.

Sul fronte fiscale, l'esigenza di coprire i costi per l'espansione e il mantenimento del Welfare State ha comportato una continua crescita della pressione tributaria, che ha portato meno consumi privati e meno occupazione. Questo apparato non ha apportato benefici ai veri bisognosi, ma alla classe media, da cui proviene la burocrazia che gestisce il sistema. Clientelismo e corruzione sono all'ordine del giorno, insieme a una classe politica sempre meno rappresentativa del corpo sociale.

L'interventismo statale, sempre più pervasivo, ha bloccato la libertà di iniziativa tipica del liberismo, portando spesso a una deresponsabilizzazione dei singoli.

La spaventosa voragine del debito pubblico e la pressione fiscale altissima sono diventate storia quotidiana dagli anni '80 in molti paesi europei



L'ESPLOSIONE NEGLI ANNI '80

Mentre le aziende crescono e intensificano i propri interventi, lo Stato italiano allarga sempre di più il suo sistema di welfare pubblico: nel ventennio appena trascorso aveva assunto marginalità a causa dell'espansione dell'iniziativa pubblica in ambito previdenziale e assistenziale. A partire dagli anni '80, però, il welfare si risolleva tramite una nuova forma giunta dalle aziende americane: sono i piani di fringe benefit per i dipendenti. Da un lato si diffondono programmi di assistenza e previdenza costruiti dalle aziende, dall'altro arrivano forme di retribuzione indiretta ancora sconosciute, come le stock options o le auto aziendali. Tuttavia, rimangono iniziative riguardanti solo i dirigenti e i dipendenti più qualificati.

Adriano Olivetti

Figlio di Camillo e Luisa Revel, nasce a Ivrea l'11 aprile del 1901. Il padre, ingegnere elettrotecnico, dinamico e geniale, dopo una precedente esperienza imprenditoriale nel 1908 fonda a Ivrea la Ing C. Olivetti & C, "prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere". 
 Adriano, negli anni della formazione, è molto attento al dibattito sociale e politico; Si laurea in chimica industriale al Politecnico di Torino e nel 1924 inizia l'apprendistato nella ditta paterna come operaio. 
 L'anno seguente, compie un viaggio di studi negli Stati Uniti, dove visita numerose fabbriche. Al ritorno, propone un vasto programma di interventi per modernizzare l'attività della Olivetti: organizzazione decentrata, direzione per funzioni, razionalizzazione dei tempi e metodi di montaggio, sviluppo della rete commerciale in Italia e all'estero e più tardi, nel 1931, creazione di un Servizio Pubblicità col contributo di importanti artisti e designer. La nuova organizzazione contribuisce ad aumentare in modo significativo la produttività della fabbrica e le vendite dei prodotti. 
 Adriano Olivetti avvia anche il progetto della prima macchina per scrivere portatile che esce nel 1932 con il nome di MP1.

Si occupa in modo fortemente innovativo anche di problemi sociali e politici, di urbanistica, architettura, cultura ed editoria.
A Ivrea avvia la progettazione e costruzione di nuovi edifici industriali, uffici, case per dipendenti, mense, asili, dando origine ad un articolato sistema di servizi sociali.
Per Adriano Olivetti l'impresa ("la fabbrica") non è solo un luogo di produzione, ma è il motore principale dello sviluppo economico e sociale; 
Adriano Olivetti dedica particolare attenzione all'urbanistica; collabora attivamente con l'UNRRA Casas e si impegna in vari progetti per la riqualificazione e ricostruzione edilizia in diverse aree del Mezzogiorno, tra cui quella di Matera. 
Nel Canavese a metà degli anni '50 fonda l'IRUR, Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale, per promuovere e sostenere lo sviluppo equilibrato della comunità locale attraverso piccoli insediamenti produttivi e strutture sociali e culturali nelle vallate e nelle aree periferiche.

 

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